The US expert, Barry Castleman, author of the bible book Asbestos: Medical and Legal Aspects, Barry Castleman, hits the bull's eye by giving a clear figure of the historical time steps that led to the industry awareness on asbestos hazard. His conclusion, based on more than 30 years of observation, is that asbestos industry both in US and Europe already knew the problem for 80 years.
In a dramatic hearing (weakened by a nasty Italian translation and by a plaintiff' barrister Vs judge quarrel on thechnical reasons), Castleman listed the main facts.
1920s: US insurance companies don't stipulate life insurance for asbestos workers
1927, first case of companie compensating an asbestos workers in Massachusetts, US
1943 Germany legislates the social security cover for asbestos victims (workers) after the 1939 published researches that link asbestos with cancer
1964: Selikoff scientific researches on mesothelioma are finally globally known after the New York conference.
original recording of the 28th hearing - 3h 44min
Ed Eternit chiese: «Niente etichette sui rischi per i prodotti che contengono amianto»
Massimiliano Francia, Il Monferrato
È stato sentito dal Tribunale nell’ambito del processo Eternit il noto studioso americano Barry Castleman, consulente del Governo degli Stati Uniti per materie relative alla protezione e alla tutela della salute e dell’ambiente, per la tutela dei consumatori e per il Dipartimento di Giustizia, oltreché per le organizzazioni del lavoratori e l’OMS. Negli ultimi 35 anni è stato impegnato in particolare sulle questioni relative all’amianto e ha testimoniato in circa 400 processi.
Lo avevamo incontrato sabato per una intervista nella sede dell’Associazione Familiari Vittime Amianto e ci aveva esposto alcune delle informazioni che nella sua ricerca ha raccolto sulla vicenda amianto che sembra ripetersi con modalità analoghe ovunque nel mondo.
Una realtà inquietante, perché emerge che chi produce conosce benissimo - da decenni - la nocività dell’amianto, ma sfrutta la scarsa consapevolezza del rischio per fare profitti, infischiandosene del fatto che per centinaia, migliaia di persone questo possa coincidere con la morte provocata da molte neoplasie alle vie respiratorie ma non solo; con malattie gravemente invalidanti come l’asbestosi o con l’angoscia legata alla consapevolezza di essere esposti a un rischio mortale.
Primo risarcimento: 1927
Negli Stati Uniti la consapevolezza dei produttori risale addirittura alla fine degli anni Venti del XX secolo, perché nel 1927 ci fu il primo caso di risarcimento in Massachusetts. Ne poi seguirono molti altri.
E le ditte che pagavano gli indennizzi sapevano bene, evidentemente, per quale motivo dovevano mettere mano alla borsa.
Nel 1939 il tumore al polmone fu diagnosticato in Germania, e fu messo in relazione alla esposizione da amianto nel 1943.
Già negli Anni Trenta nelle fabbriche in cui venivano realizzati freni per auto venivano adottati armadietti con scomparti divisi per gli abiti da lavoro e gli abiti «civili», proprio allo scopo di limitare la contaminazione.
Precauzione che per esempio alla Eternit di Casale non risulta sia mai stata adottata.
A metà Anni Sessanta fu evidente che venivano colpiti anche i familiari, proprio per le fibre che venivano introdotte nell’ambiente domestico attraverso gli abiti da lavoro, così come coloro che vivevano nei pressi di stabilimenti e miniere.
Una data di svolta fu il 1964-65 quando il medico americano Irving Selikoff organizza un convegno a New York in cui rende note le proprie ricerche sui danni legati all’amianto e dice praticamente tutto: che i limiti di esposizione valgono solo per l’asbestosi e non per il cancro, che l’amianto è responsabile di tumori al polmone, alla pleura, al peritoneo, allo stomaco, all’intestino. Che non è necessario lavorare l’amianto direttamente per essere colpiti ma che è sufficiente una esposizione ambientale. Che colpisce senza scampo anche a distanza di decenni.
Da quella data mondo scientifico e produttivo non possono più dire di non sapere ed esplode inoltre il numero delle cause di risarcimento.
E la risposta dei grandi gruppi che lavoravano l’amianto quale fu?
«Erano in competizione finanziaria ma collaboravano alla cospirazione per nascondere le conoscenze sui danni provocati dall’amianto», dice Castleman.
Vi fu una grande riunione a livello mondiale che si svolse nel 1971 a Londra e alla quale partecipò anche Eternit.
L’amianto, un cancro esteso
Riunione che aveva lo scopo di confrontarsi sulla legislazione dei vari Paesi, sul grado di «anticorpi» che in ogni realtà del mondo si stavano producendo rispetto a quel cancro esteso che era la lavorazione dell’amianto. Ma che per le aziende era solo business.
Uno degli elementi che emerse fu la disorganizzazione sul fronte della propaganda e nel giro di due anni da una sola agenzia per la promozione dell’immagine dell’amianto si passò a ben undici.
«La conclusione operativa - evidenzia Sergio Bonetto, avvocato che patrocina le vittime - è quella di assumere iniziative di propaganda, finanziare film, fare lobby per far passare l’idea che si può produrre con l’amianto in modo sicuro».
Una strategia che è tutt’uno con la lavorazione dell’amianto.
Nel 1934 - per esempio - uno studio su amianto e cancro è in corso di pubblicazione su una rivista scientifica americana. Interviene l’avvocato della Johns Manville Corporation, il più grande produttore di amianto degli USA che impone con una lettera delle modifiche sostanziali. Lo studio viene modificato e pubblicato come da richieste del produttore. Oggi tutto ciò si può riscontrare grazie al confronto fra le due versioni dello studio e la lettera dello studio legale.
Ser Doll abiura?
Nel 1955 Ser Doll, un medico inglese con cui Barry Castleman ha parlato personalmente, mette in relazione il tumore al polmone con l’amianto. È uno studio commissionato da una grande impresa che «restò sconvolta dai risultati: emergeva - tra i lavorastori - una incidenza 10 volte superiore alla popolazione non esposta».
Doll raccontò in seguito a Castleman che «l’impresa gli disse chiaramente che non doveva pubblicare i risultati e non se ne fece nulla! Pubblicò lo studio in seguito, nel 1975, ma affermando che la situazione era riconducibile a prima del 1933, quando erano entrate in vigore nuove normative su lavoro».
John Manville alla fine - proprio a causa delle moltissime richieste di risarcimento - fallì. E Max Schmidheiny che lo ospitava a casa sua in Svizzera , «dove adesso vive il figlio Stephan, imputato in questo processo - precisa l’avvocato Bonetto -non poteva non sapere...».
Eternit osteggiò negli anni Cinquanta anche l’apposizione di etichette che avvertivano, sia pur blandamente («...forse può far male») del rischio-amianto. sui prodotti importati in Europa. Un modo per autotutelarsi adottato dai produttori americani, agli occhi della legge esperti dei prodotti che mettono in commercio e quindi responsabili degli eventuali danni che possono provocare.
Enel 1986 si oppose alla messa al bando e alle limitazioni nell’uso dell’asbesto negli USA. Negli stessi anni in Italia l’ingegner Emilio Costa magnificava pubblicamente le doti dell’asbesto e anticipava in una intervista rilasciata proprio al nostro giornale che l’UE non intendeva - secondo indiscrezioni - mettere al bando nemmeno l’amianto blu.
ETERNIT. AUDIZIONE DEL CONSULENTE AMERICANO CASTLEMAN, IN PARTE INFICIATA DA UNA BRUTTA TRADUZIONE, Silvana Mossano, La Stampa
“Rischi già noti negli Anni 30”. “Degli effetti dell’amianto si parlò anche a casa degli Schmidheiny”
Sarà pure uno dei maggiori esperti al mondo di amianto, ma alle 200 e più persone - tra magistrati, avvocati, cittadini e studenti dei licei casalesi Sociale e Sociopsicopedagogico del Lanza - presenti ieri al processo Eternit a Torino è risultato assai difficile percepire il valore del consulente americano Barry Castleman, incaricato da alcune parti civili. Lo studioso ha lavorato per l’agenzia governativa americana che si occupa di prevenzione all’inquinamento ed è stato chiamato a esprimere pareri in circa 400 processi nel suo Paese. Ma le grosse aspettative nei suoi confronti, lievitate nelle ultime settimane, ieri si sono schiantate contro la barriera della lingua straniera: la traduzione scolastica e frammentata, affidata a un interprete scelto dal tribunale, ma forse non preparato a un contesto così specifico e delicato come il processo Eternit, ha vanificato la portata delle argomentazioni, incanalandole talora sui binari del ridicolo («letteratura dei dottori» anziché letteratura medica, o «giornale enorme» per autorevole rivista scientifica,«spedizionieri» anziché sindacalisti). E, tuttavia, dribblando tra traduzioni stentate si è riusciti a cogliere, in risposta alle domande del legale di parte civile Sergio Bonetto e alle puntualizzazioni del presidente Casalbore, alcuni aspetti importanti nella causa per disastro doloso permanente di cui rispondono Stephan Schmidheiny e Louis de Cartier.
Punto primo: da quando i produttori di amianto erano consapevoli che la fibra fa male? Castleman: «Nel ‘29 sono documentati, in Usa, risarcimenti per l’asbestosi: se si paga un indennizzo per un danno - è il ragionamento del consulente - è perché si è consci del danno stesso». Punto secondo: «Da quando i produttori furono coscienti che l’amianto causava anche il cancro e, in particolare, il mesotelioma?». Risposta: «Dagli Anni ‘30. Nel 1939, in Germania si pagavano indennizzi ai lavoratori che, a causa dell’amianto, avevano contratto il tumore al polmone. E, nel ‘43, le riviste scientifiche riconobbero il mesotelioma come cancro causato dall’amianto».
Negli Anni ‘60, poi, c’è la divulgazione degli studi di Irving Selikoff che collega il mesotelioma anche a chi non maneggiava la fibra (sia famigliari di operai sia chi abitava nei dintorni dei siti produttivi). Una divulgazione che si tentò in ogni modo di tacitare, ha ribadito Castleman, con una propaganda massiccia a favore dell’amianto. Ha citato uno studio del ‘34, pubblicato su una rivista americana, in cui due medici stabilivano il collegamento tra amianto e cancro; in una successiva edizione, la tesi fu corretta e mutilata di quel riferimento per intervento di John Manville, uno dei maggiori produttori statunitensi: ci sono documenti che consentono di fare il raffronto tra la prima e la seconda stesura dell’articolo, ha precisato Castleman. Ma, a suo parere, la consapevolezza dei produttori circa i pericoli, anche mortali, trova ulteriori conferme. Intanto, in America si dà per scontato che un industriale conosca le caratteristiche e i rischi dei suoi prodotti, e se li tace è condannato a pagare risarcimenti a chi si ammala; per tutelarsi, quindi, gli amiantiferi avevano deciso di apporre sui sacchi di amianto e ai manufatti delle etichette con sopra indicato che «questo prodotto, a lungo termine, forse può fare male». Pur con questa formula blanda, in Europa l’etichetta fu fortemente osteggiata, secondo Castleman in primis dagli svizzeri che preferivano «non svegliare il can che dorme» benché sapessero che, Oltreoceano, si andavano moltiplicando le cause legali contro la Johns Manville Corporation con richieste di risarcimenti per l’incremento di casi di mesotelioma. E se gli svizzeri, dei processi americani, avessero solo percepito una lontana eco? Macché, ha replicato Castleman, John Manville e Max Schmidheiny (padre di Stephan) si conoscevano e si incontrarono nella stessa casa dello svizzero (oggi del figlio Stephan).
Ogni argomentazione, ha detto l’americano, è provata da documenti contenuti in un tomo di 867 pagine che i difensori si sono impegnati a leggere in 7 giorni per controesaminare Castleman il 29.
Per il controesame è tornato, ieri, il consulente della procura Francesco Carnevale, ma, a parte qualche puntualizzazione richiesta dai legali delle società responsabili civili, la difesa non ha ritenuto di interrogarlo: la sua relazione era già stata chiarissima, a stuzzicarlo con istanze di precisazioni si sarebbe rischiato di fargli ribadire argomenti ulteriormente compromettenti per gli imputati.
Carnevale ha rimarcato la «teoria del grilletto»: è, sì, una sola fibra a causare il mesotelioma, ma a fronte di una congrua esposizione; e questo spiega perché, nei luoghi circostanti i siti produttivi, c’è una percentuale elevata di mesotelioma che, invece, non si riscontra in altre città dove pure i manufatti furono impiegati per tetti e tubature. Quanto alle fibre ultrafini (richiamate dall’avvocato Laura Mara), considerate in uno studio del professor Gerolamo Chiappino le vere responsabili del mesotelioma e delle quali nessun accorgimento potrebbe impedire l’inalazione, Carnevale ha precisato che la tesi, da lui non condivisa, fu pubblicata solo sulla rivista diretta da Chiappino e da nessun’altra. Infine, Carnevale ha ribadito con convinzione che «nel ‘60 sui rischi dell’amianto si sapeva già tutto».
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